Lo shortage dei chip, insieme a costi energetici, inflazione e caos nei trasporti, impattano l'industria e i tempi di consegna. Fino al 2024.


Shortage di chip, crisi energetica, inflazione e situazione trasporti impattano la supply chain rallentando le produzioni e le consegne al mercato finale.
Il 2022 è iniziato come un anno difficile per alcune filiere produttive, prima tra tutti quello dell’automotive, e potrebbe proseguire nell’incertezza e nello stress.

Secondo alcuni esperti, tra cui il CEO di Intel, lo shortage dei chip proseguirà per tutto l’anno prossimo, fino al 2024. La mancanza di semiconduttori sta creando seri problemi al settore dei Pcb e dei macchinari che producono circuiti integrati. Un dato che aggrava la situazione, in cui risulta difficile far fronte a una domanda sempre più elevata di elettronica.

Shortage dei chip e tempi di consegna

Chi oggi acquista una automobile o un elettrodomestico deve aspettare almeno sei-otto mesi per poterla avere. I tempi di consegna sono raddoppiati o triplicati con punte che per alcuni prodotti possono davvero definirsi eccezionali.

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Ma non è soltanto una questione di elettronica. Anche sul versante delle materie prime e dei semi-lavorati la situazione è molto difficile. Materiali come piombo, rame o alluminio sono introvabili e con prezzi alle stelle. Questo ha determinato, come conseguenza, una sorta di gerarchizzazione delle forniture. Vengono privilegiati i business che portano i volumi (e i fatturati) maggiori o che sono essenziali, a discapito degli altri.
Allo stesso tempo, l’aumento dei costi dell’energia sta determinando problemi su impianti industriali e imprese energivore che in alcuni casi si sono visti obbligati a ridimensionare le produzioni o le attività.

E non è tutto. Logistica e trasporto stanno attraversando un periodo fatto di blocchi, incertezze, aumenti di costi e mancanza di container con un impatto fortissimo sulla catena di approvvigionamento a livello globale. Quello che succede nei porti di Shangai o nel Far East si ripercuote in tutto il mondo, creando disordine, fermi sulle navi, allungamento dei tempi di trasporto. Senza dimenticare che alla situazione di porti e trasporto navale si è aggiunto il recente caos aereo.

L’impatto sul settore Automotive

Il comparto Automotive è sicuramente uno dei più colpiti dalla situazione globale innescata dalla carenza dei chip.
Pochi giorni fa, Bloomberg segnalava che negli Stati Uniti le vendite di automobili sono previste al ribasso per il secondo trimestre, con un 20% in meno rispetto all’anno scorso. Alcune case automobilistiche, come General Motors e Toyota, prevedono un calo drastico di vendite e fatturato nel secondo trimestre. E non sono eccezioni i casi di fabbriche che hanno dovuto temporaneamente chiudere.

La situazione non è molto meglio in Europa e in Italia. Gli impianti di FCA-Stellantis hanno registrato un calo del 13,7% nei primi sei mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2021.

Come mai il settore delle auto è così tanto penalizzato?
In un recente articolo apparso su Il Sole 24 Ore, si sottolinea come il boom della domanda di chip abbia determinato una gerarchia delle forniture, ponendo al primo posto alcuni mercati, primo tra tutti quello degli smartphone e dei computer che rappresentano l’80% del mercato totale. Stando ai dati forniti da Tsmc, azienda taiwanese specializzata nella produzione di microprocessori, il mercato dei chip per gli smartphone vale addirittura undici volte quello dell’automotive.

La poca capacità contrattuale del settore e la cancellazione di molti ordini nel periodo di pandemia e lockdown ha portato l’Automotive in coda a priorità di ordini e consegne. Ad aggravare questo aspetto, il fatto che le produzioni siano concentrate per lo più in Asia (tra Taiwan e Cina).
Oggi, il tempo medio per la consegna di un’auto nuova è di 41 settimane, mentre il prezzo è cresciuto del 12,6% rispetto a un anno fa (dati Cox Automotive/Moody’s Analytics).

La risposta: reshoring e flessibilità della supply chain

Per far fronte alla situazione, l’Europa sta spingendo su incentivi e nuove norme. Il Chip Act va infatti in questa direzione promuovendo nuovi investimenti in fabbriche e ampliamento di capacità produttive domestiche. Lo stesso stanno facendo gli Stati Uniti con il Chips and Fabs Act. Si punta su una produzione locale e su una maggiore capacità di fare innovazione.

Allo stesso tempo, cosa possono fare le imprese?

“In uno scenario di scarsità di risorse e di domanda molto elevata, è fondamentale ripensare i rapporti con le terze parti lungo la catena di fornitura per acquisire e consolidare flessibilità e, allo stesso tempo, valutare potenziali opzioni di ampliamento attraverso joint business planning con i fornitori oppure azioni di reshoring e rientro delle attività produttive”, dichiarano gli analisti di EY – Ernst & Young.
Reshoring e maggiore flessibilità e resilienza lungo la supply chain sono infatti le carte vincenti per competere in un mercato sempre più complesso e in continuo mutamento.

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